Turismo Passato e Futuro

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PASSATO E FUTURO DEL TURISMO IN ITALIA

Il turismo in Italia vive di incredibili paradossi che sono diventati un dramma con la pandemia. Il paradosso è che l’Italia è diventata un gigante nel turismo planetario senza aver fatto nulla per diventarlo, senza averlo mai programmato. Sono stati i cattolici ha inventare l’Italia come destinazione turistica sin dal Medio Evo, quando Roma era la meta obbligata dei pellegrini del continente europeo che era stato cristianizzato a partire dall’ultimo secolo di vita dell’Impero Romano d’Occidente per poi diffondersi verso Nord e verso Est grazie all’opera di missionari che dal punto di vista etnico appartenevano alle tribù germaniche che l’impero l’avevano sconfitto e invaso ma poi erano a loro volta state conquistate dalla civiltà romana che con Costantino era diventata anche una civiltà cristiana. A Roma erano state distrutte le statue in marmo degli imperatori e anche le loro statue bronzee tranne quella di Marco Aurelio perché si era creduto che fosse la statua di Costantino. Gli obelischi egiziani non erano stati distrutti durante il periodo iconoclasta perché nessuno ricordava più che cosa rappresentassero ed erano stati utilizzati come gnomoni segnaletici per segnalare le più importanti basiliche di Roma ai pellegrini che vi giungevano. Nel 1700 l’Italia diventò una meta obbligata per i figli dell’aristocrazia e della borghesia europea che avevano riscoperto il mondo classico e venivano in Italia per abbeverarsi alla sua fonte. La popolazione era povera, ignorante nella gran parte, distribuita tra Stati e staterelli che esercitavano un controllo poliziesco assai robusto per tema di spie, colpi di Stato, invasioni. Tra 1600 e 1700 furono emanati parecchi bandi, un po’ in tutti gli Stati della penisola, per obbligare per esempio gli osti (gli albergatori dell’epoca) a disarmare prima e denunciare immediatamente dopo gli stranieri al più vicino posto di polizia. Per non sbagliare, spesso gli osti erano ex poliziotti (birri o sbirri si diceva all’epoca). Goethe, che era venuto in Italia come turista sotto mentite spoglie, fu arrestato e si fece una notte in galera perché a Malcesine, sul Lago di Garda, aveva disegnato i ruderi di una torre di avvistamento. Fu preso per spia e fermato.

Il turismo era un’attività del tutto secondaria e spesso affidata a persone poco raccomandabili basta leggere quel che Goethe scriveva a proposito della loro onestà…

E’ nel secondo dopoguerra che in punta di piedi il turismo incomincia a crescere, innanzitutto nei Paesi più ricchi (negli Stati Uniti era già un fenomeno di massa negli anni Venti) come Gran Bretagna, Francia e Germania che grazie agli aiuti americani ripresero la marcia trionfale del ceto medio che era stata interrotta dalla guerra.

In Italia il turismo diventa un fenomeno importante a partire dalle Olimpiadi di Roma del 1960, le prime trasmesse in televisione dalla giovanissima RAI, che mostrano al mondo un Paese risorto dalle ceneri dei bombardamenti da Palermo a Bolzano, da Genova a Milano, della guerra tra Tedeschi e Anglo-Americani sugli Appennini, della guerra civile nel Nord Italia. Fu riscoperto il patrimonio storico e archeologico unico del nostro Paese, il suo patrimonio culturale che da Giotto al Caravaggio ha annoverato, tra 1200 e 1600, il più incredibile esercito di geni artistici dell’intero pianeta, concentrati in un fazzoletto di terra, l’Italia. E’ un turismo che si avvale del rapidissimo sviluppo delle infrastrutture civili (l’autostrada del Sole sopra tutte) destinato a facilitare il trasporto delle merci e dei prodotti finiti che in soli vent’anni trasformano un Paese agricolo in un Paese industriale, abbattendo l’analfabetismo, eliminando progressivamente le malattie che ne avevano decimato la popolazione (dal tifo al vaiolo, dal morbillo alla poliomielite), insegnando la lingua italiana a un popolo che parlava quasi esclusivamente in dialetto, anzi nelle decine di dialetti che si parlavano nella penisola, spesso incomprensibili gli uni agli altri, facilitando la trasformazione urbana e sociale di un popolo rimasto estraneo, spesso spettatore, delle grandi rivoluzioni politiche, religiose, sociali che avevano trasformato l’Europa e gli Stati Uniti tra il 1600 e la prima guerra mondiale.

Il turismo in Italia non è mai stato programmato perché le urgenze erano altre: l’industria pesante e quella chimica, l’industria manifatturiera. Non è un caso che se si parla di quegli anni alla mente salgono i nomi degli Agnelli, di Enrico Mattei, di Adriano Olivetti, di Serafino Ferruzzi, di banchieri come Enrico Cuccia e tanti altri, nessuno del nostro mondo. Il turismo era un fenomeno minimo, ad alta intensità di lavoro e bassa intensità di capitali, supportato da uno Stato che scientemente girava la testa altrove sul lavoro nero, sull’abusivismo, sull’evasione fiscale. Mentre in Svizzera lo Stato organizzava la scuola di Losanna in accordo con l’associazione degli albergatori svizzeri, garantendo così lo sbocco di mercato per i diplomati, in Italia le scuole alberghiere sono sorte prima timidamente (nel 1954 la scuola di Stresa, la più antica, sorta nel 1939, aveva 100 allievi) poi sono esplose per ragioni politiche, perché ogni parlamentare voleva uno scuola alberghiera nel suo collegio elettorale, infischiandosene dei contenuti della didattica, dello sbocco di mercato per i diplomandi, facendone una sorta di immenso parcheggio sociale per i figli di un proletariato contadino e industriale in fieri. Vigeva l’apprendistato, una delle forme più antiche di educazione e formazione al lavoro (apprendisti fin dalla più tenera età sono stati sia Leonardo che Buonarroti e la gran parte dei loro colleghi). Nel Medio Evo le famiglie pagavano i maestri che insegnavano un mestiere ai loro rampolli. Nei tempi moderni l’apprendistato era regolamentato per aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro subito dopo la scuola elementare e poi quella delle medie. L’istruzione nobile era quella che portava alle università, quella alberghiera era per i figli della parte più povera della popolazione. Per l’industria servivano periti e ingegneri, avvocati e uomini di lettere. Per il turismo bastava che la forza lavoro fosse abituata al fare più che al pensare. Il risultato è stata una classe dirigente, nel turismo, poco scolarizzata, poco abile a far sentire la propria voce rispetto a chi aveva frequentato le migliori università e sedeva nei consigli di amministrazione di fabbriche, banche, assicurazioni, giornali di grande tiratura, della televisione. Non ce n’era bisogno. L’Italia disponeva di una visibilità eccezionale grazie alla presenza del papa a Roma, grazie alla musica, alla pittura, allo sport, alla moda, al design. L’incoming era affidato ai maggiori tour operator internazionali, i nostri agenti di viaggio erano specializzati soprattutto nell’aiutare gli italiani ad andare all’estero in vacanza a mano a mano che il benessere sempre più diffuso ci ha trasformato da Paese di emigranti in paese di turisti esterofili. Ancora oggi in Italia non esiste nulla di analogo alle grandi università europee di management nel turismo. Per legge, i direttori d’albergo neppure esistono. Chiunque lo può fare. Se vuoi stampare uno straccio di giornale, devi avere almeno un giornalista iscritto all’Ordine nazionale dei giornalisti che ne diventa il direttore responsabile. Per dirigere un albergo, no.

Questo è stato il nostro passato, che nel bene come nel male ci ha consentito di diventare comunque un colosso nel mondo del turismo anche se con 21 leggi regionali sulle categorie alberghiere (Bolzano e Trento fanno ognuna per sé), con leggi regionali sugli agriturismi che sembrano scritte da un comico di professione, con un sistema burocratico comunale altamente permeabile al clientelismo quando si tratta di fornire permessi (per esempio per costruire), distribuire licenze, effettuare controlli. E’ storia antica.

Nel frattempo il mondo è diventato globale (lo è sempre stato ma mai in questa misura), il turismo è diventato globale, dai 25 milioni di viaggiatori internazionali del 1950 siamo passati a 1,4 miliardi nel 2019, l’Italia ha scoperto, a macchia di leopardo ma l’ha scoperto, che il turismo non è più l’attività di chi non sapeva fare altro mestiere o era nato troppo povero per poter scalare le gerarchie sociali. Il turismo sta diventando industria, industria vera, con valori aggiunti sempre più importanti, con la necessità di certificare ciò che si promette anche per evitare la mannaia delle recensioni, che sono diventate uno strumento di selezione del mercato.

Questa crisi può essere l’occasione per far crescere la consapevolezza dell’importanza del settore per il futuro del nostro Paese, anche perché a differenza dell’industria manifatturiera i beni culturali non si possono esportare. Li si può copiare ma gli originali restano sul posto. Il rischio è di diventare una colonia delle multinazionali del settore, come è accaduto a partire dalla metà del 1500 quando siamo stati colonia via via di spagnoli, austriaci, francesi. E’ un rischio concreto. Lo siamo già nel settore dei tour operator con le Ota, con piattaforme di prenotazione come e Booking , Airbnb. Nulla vieta di pensare che lo si diventi anche nel settore alberghiero e del turismo più in generale. Dipende solo da noi. Abbiamo bisogno di un gruppo dirigente che si affranchi dal clientelismo e da politiche di basso cabotaggio, che sappia picchiare i pugni sul tavolo del governo come fanno industriali e banchieri da sempre, che sappia conquistare l’opinione pubblica perché i valori concreti del turismo – ambiente, territorio, consumi energetici, accessibilità, rispetto della persona – sono valori universali. Ci riusciremo? Ai posteri l’ardua sentenza…

Renato Andreoletti 2021

Hotel Domani